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LA VILLA ROMANA DELL’ACQUA CLAUDIA
Accanto al moderno stabilimento idrominerale dell’Acqua Claudia, alle porte di Anguillara Sabazia, sono ancora parzialmente visibili i resti di una villa romana di notevoli dimensioni, risalente al I secolo a. C., riportati alla luce nel 1934. Il complesso architettonico sorge su di un pendio e si sviluppa su tre piani distinti strettamente collegati, il più basso dei quali è costituito da una fronte ad emiciclo (la cui corda è di 87 m.) scandita da semicolonne che inquadrano finestre e nicchie con muratura a testata tondeggiante. Al centro di ogni nicchia si apriva nella parete una piccola finestra e al di sotto di essa era inserito, in un foro del pavimento, un grande vaso fittile destinato probabilmente a ricevere un getto d’acqua, come fa supporre il rivestimento parietale delle nicchie.
L’ampia esedra è fiancheggiata da due ambienti, ciascuno dei quali è formato da un unico vano quadrangolare in cui è possibile riconoscere un ninfeo su due piani. Al centro dell’emiciclo si apre una porta che immette nel criptoportico a pianta curvilinea che doveva essere coperto, a giudicare dallo scarso spessore delle murature, da travature lignee con una serie di finestrelle per l’immissione della luce. Il muro interno dell’ambulacro sosteneva il taglio del pendio e costituiva la fondazione e la linea di raccordo dei muri degli ambienti sovrastanti. In asse con la porta centrale dell’esedra si colloca, ed è in parte ancora conservato, un vano cruciforme con volta a crociera anch’esso con destinazione a ninfeo, le cui strutture vennero in seguito utilizzate come base per la costruzione di un casale.
L’emiciclo, che forse presentava anche un secondo ordine superiore di colonnine, costituisce il prospetto curvilineo su cui si affacciavano gli ambienti dei piani superiori di cui ancora poco è stato messo in luce. Del secondo piano, al quale si accedeva tramite uno stretto corridoio, rimangono soltanto modestissime tracce: nel piano più alto, sulla sommità del declivio, una sala con vasca ed un piazzale all’aperto lastricato a basoli poligonali (forse un piazzale d’accesso alla villa oppure un cortile interno per uso agricolo); in un piano intermedio, seminterrato, restano alcuni ambienti di servizio, tra cui uno di forma quadrangolare destinato a conservare l’acqua.
Attraverso una fitta rete di cunicoli, le fontane dei ninfei e quelle dell’emiciclo erano rifornite dall’acqua proveniente dalla grande cisterna rotonda del diametro di 23 m., situata a nord dell’esedra nel punto più alto del declivio, che nella seconda metà dell’Ottocento venne erroneamente considerata un tempio dedicato ad Esculapio o Serapide, divinità collegate con il culto della medicina. Il cisternone presenta una forma circolare con un pilone centrale e due muri concentrici realizzati in opus cementicium a piccole scaglie di selce che dividono l’interno in due concamerazioni anulari. Nell’area adiacente all’edificio sono stati anche rinvenuti nel 1981 alcuni tratti di strada basolata riguardanti un diverticolo della via Clodia che conduceva alla villa e che da questa si dirigeva verso il lago Sabatino.
Il complesso architettonico dell’Acqua Claudia, così come le mura di Santo Stefano, importanti ville imperiali della zona lacustre, erano dunque entrambe connesse con il passaggio dell’antico asse viario. Sembra anzi che il nome stesso dell’Acqua Claudia derivi dalla suddetta via, anche se secondo alcuni è da mettere in relazione con l’imperatore Claudio, vissuto fra il 10 a.C. ed il 54 d.C.. Tutta la costruzione, ad eccezione del cisternone, è costruita in opus reticulatum di selce, formato da blocchetti quadrangolari irregolari, con l’impiego del laterizio limitato ai soli ricorsi di tegole nelle semicolonne dell’edificio, nelle testate dei pilastri cui esse sono addossate e nei pochi resti di elementi cilindrici delle colonne rinvenute nello scavo. Questa tecnica costruttiva permette una datazione certa della villa che si fa risalire intorno alla metà del I secolo a. C. (epoca tardo-repubblicana).

La decorazione architettonica era a stucco come si può dedurre da alcuni tratti di un piccolo fregio colorato con volute e boccioli di loto rinvenuto durante lo scavo, mentre le semicolonne dovevano essere di ordine tuscanico senza base con capitelli formati da un semplice dado di pietra, oppure di tipo dorico rifiniti a stucco. La villa è uno degli esemplari più interessanti e suggestivi di edificio privato di periodo repubblicano che trova confronti, per una tipologia architettonica, con l’esedra del santuario della Fortuna Primigenia a Preneste e con la villa di Lucullo a Trinità dei Monti a Roma, di cui rimangono solo i disegni di Pirro Ligorio.

Dobbiamo dunque vedere nella villa di Anguillara uno dei più antichi monumenti in cui la linea curva viene impiegata in modo organico con una tale maestria e su scala così vasta da costituire l’elemento predominante del complesso architettonico, così come avverrà nei Mercati Traianei, nella Villa Adriana e nelle esedre termali. L’esedra dell’Acqua Claudia deve perciò essere considerata uno dei capisaldi nella storia dell’architettura curvilinea romana, da collocarsi cronologicamente nel periodo intermedio tra l’esedra dell’età sillana, che corona il santuario della Fortuna a Preneste, e gli emicicli che racchiudono i monumenti del Foro di Augusto a Roma.

I ruderi della Villa Claudia affiorati in occasione dei lavori agricoli nel 1934 vennero seguiti dalla Soprintendenza alle Antichità di Roma che nel 1936 curò il consolidamento di tutte le strutture scoperte, il restauro delle parti pericolanti, il rialzamento di un breve tratto dell’emiciclo ed il compimento dello stesso in alcuni punti. All’inizio dell’estate del 1981 la Soprintendenza Archeologica per l’Etruria Meridionale ha ripreso, dopo quasi mezzo secolo, gli scavi della villa avvalendosi della collaborazione dell’Accademia Archeologica Britannica. Allo stato attuale il complesso, ancora parzialmente scavato, viene ripulito solo occasionalmente dalla Società Sanpellegrino o da qualche gruppo di volontari. Nel tentativo di arrivare ad una musealizzazione all’aperto su precisi percorsi si attende perciò un nuovo piano di intervento che miri a proseguire gli scavi e a restaurare le strutture pericolanti.